RAMASSIN E TRADIZIONE

Il Ramassin del Monviso – Valle Bronda è una piccola susina blu-violetta piuttosto nota in Piemonte ma pressoché sconosciuta nel resto del nostro Paese, nonostante sia stata onorata con il Presidio Slow Food.

La sua coltivazione è antichissima, a tal punto che non esiste una documentazione specifica in merito, ma solo qualche testimonianza negli archivi comunali del saluzzese. Si tratta di un frutto che identifica un territorio, profondamente legato alla sua zona di produzione, la Valle Bronda e il saluzzese, non solo per le caratteristiche pedoclimatiche ideali offerte da quest’area, ma anche perché parte integrante delle tradizioni alimentari dei territori presenti nella Comunità Montana Valle Po.

Il nome stesso riporta ad antiche metodiche di coltivazione e raccolta: si narra che il nome Ramassin prenda spunto dal termine “ramazza”, ramassè nel dialetto locale, ovvero ramazzare i frutti caduti sul terreno per radunarli in un unico punto. Infatti, questi dolcissimi e dissetanti frutti dalla buccia sottile, la polpa morbida e carnosa e il profumo intenso, si raccolgono quando completamente maturi: è il Ramassin che decide quando è arrivato il momento della raccolta, staccandosi dal peduncolo sollecitato da una piccola scrollata alla pianta. Nei giorni di grande maturazione si verificano le cosiddette “calà”, le grandi cadute dei frutti, da sempre venduti sulle piazze dei comuni  della Valle Bronda in “palòt”, cioè con delle piccole pale usate come strumento di misura.

I ramassin sono molto delicati e devono essere consumati in tempi brevi, quindi, le famiglie locali che magari possedevano una o due piante in giardino, così come gli stessi produttori, che si trovavano costretti a svendere questo frutto prelibato per non vederlo deteriorare, hanno dovuto trovare un modo per conservare tanta bontà più a lungo. Fortunatamente i Ramassin sono deliziosi consumati freschi, ma si prestano bene anche alla trasformazione artigianale. Nasce così la tradizione della Brignulà o Ramassin Cheuit, una composta che le nonne preparavano in casa cuocendo per pochi minuti la frutta denocciolata con un po’ di zucchero e poi invasavano calda e conservavano al fresco: un modo tradizionale di combattere lo spreco, oggi più che mai valido.

La Brignulà è ideale da essere mangiata come dessert appena tirata fuori dal frigorifero, oppure può diventare la base per un cocktail sfizioso da gustare nelle serate d’estate, o ancora diventare il perfetto accompagnamento per il tradizionale fritto misto alla piemontese.

RICETTA DELLA BRIGNULÀ

Realizzare questa tradizionale ricetta piemontese è molto semplice e permette di gustare tutta la dolcezza e aromaticità dei Ramassin anche oltre il periodo di raccolta.

Ingredienti:

  • 1kg di ramassin
  • 2/3 cucchiai di zucchero

Preparazione:

Prima di tutto, è necessario sterilizzare bene i barattoli in cui verrà conservata la confettura. Il modo migliore per sterilizzare perfettamente i barattoli è quello di farli bollire da vuoti, senza tappi.

Lavare e denocciolare i Ramassin, adagiandoli in una pentola adatta in acciaio inox o ceramica (non utilizzate l’alluminio). Aggiungere lo zucchero e cuocere poco, fino al momento dell’ebollizione, poi spegnere il fuoco, versare il composto ancora bollente nei vasetti fino a pochi millimetri dal bordo, richiudere con un tappo twist off e capovolgere il barattolo, lasciandolo raffreddare in questa posizione.

 

Volendo si può anche lasciar raffreddare la Brignulà senza invasarla in frigorifero e mangiarla come dessert fresco, ideale per le calde serate estive.